LA STORIA DI FABIO
È strano essere così stanchi a 17 anni. Molto strano. Strano al punto da far sorgere qualche dubbio a chi è abituato ad ascoltare anche le più piccole variazioni di respiro: una madre. Era il febbraio del 2002 quando ho incominciato ad accusare i primi malesseri: stanchezza, febbriciattola, astenia. Sintomi inusuali per un ragazzo come me abituato a fare sport; i troppi impegni sono stati una motivazione che ha retto per un po', poi sono arrivati i primi controlli e le analisi del sangue. La diagnosi, una doccia fredda: leucemia acuta promielocitica. All'improvviso sono stato catapultato in un mondo a me sconosciuto, quello della malattia. Immediato il viaggio da Macomer (Nuoro), dove vivevo, a Cagliari per fare altri controlli. In ospedale i medici confermano il quadro clinico e la necessità del ricovero: quaranta giorni filati di terapia, poi una pausa di un giorno a casa, e quindi di nuovo in ospedale per altri cinque mesi. Quando hai 17 anni, pensi di appartenere di diritto al mondo degli adulti, ma nel tuo cuore ti senti inadeguato e timoroso. Figuriamoci poi nella mia condizione… Ero un ragazzino spensierato, che pensava solo a divertirsi e a studiacchiare, tolto dal campo di pallone e scaraventato in una camera di ospedale, che si chiedeva che volesse dire “leucemia” visto che ne avevo sentito parlare solo in tv o nei giornali; sapevo che era una brutta malattia e che provocava tante sofferenze, ma non conoscevo altro. Le domande, inesorabili, cominciavano ad affollare la mia testa: “Ce la farò?”, “Come diventerò?”, “Quando perderò i capelli?”, “Mi vergognerò ad uscire di casa…”, “Potrò più dare calci ad un pallone, o andare allo stadio per tifare la mia squadra, il Cagliari?”. A dire il vero, non ho mai smesso di credere nelle mie possibilità di farcela; dopo quei cinque mesi d’inferno, la necessità di ulteriori terapie si è ridotta, tanto che sono riuscito anche a riprendere la scuola: in autunno ho sostenuto un esame integrativo che mi ha permesso di accedere all’ultimo anno, proseguendo il percorso con i miei compagni. In questi due anni di entrata ed uscita dall’ospedale e di intensa terapia, ho auto la fortuna di essere circondato da persone meravigliose, che mi hanno dato la forza per riuscire a credere in me stesso. La capacità di sorridere sempre alla vita è stata determinante ed è stata, forse, quella marcia che ho innestato nel mio motore per tagliare il traguardo della guarigione. Se oggi, con ironia, posso parlare di queste cose, lo devo anzitutto ai miei genitori, che sono stati fondamentali, perché non mi hanno mai viziato, mi hanno sempre fatto sentire come una persona normale. Il loro scopo, che io ho condiviso, è stato quello di farmi reagire e di farmi pensare a tutto tranne che alle cure o al dolore della malattia. Ma ci sono altre persone a cui sarò riconoscente per sempre: la mia ex fidanzata e i miei amici, che sono stati favolosi e mi hanno dato una forza inimmaginabile. Quel telefono, che tenevo sul mio comodino, ha continuato a squillare tutti i giorni e numerose volte al giorno, e nella mia camera c’era sempre qualcuno che mi veniva a trovare. E così le giornate passavano, e trascorrevano anche i mesi. Non dimenticherò mai l’emozione provata nell’apprendere che i miei compagni di squadra affrontavano le partite indossando sotto la maglia ufficiale un’altra maglia, con scritto: “Forza Davide”, maglia che veniva mostrata ad ogni gol. Volevano proprio che tornassi con loro! Dal 2004 non mi sono più sottoposto ad alcuna terapia, dopo aver constatato la remissione completa dalla malattia! Da allora sono cominciati i controlli e le analisi periodiche. Se sto conducendo una vita più che normale è grazie ai miei medici e agli ausiliari del “Microcitemico di Cagliari”che mi hanno sempre dimostrato che prima di essere medici o bravi tecnici occorre essere delle persone. Oggi vivo ogni giorno come se dovessi recuperare tutto quel tempo che la malattia mi ha portato via. Sto bene, bene al punto da aver ripreso a giocare a livello agonistico nella squadra del Macomer, e anche nella Nazionale degli ex malati di tumore, gli “Highlander”. Ho voluto condividere con voi ciò che ho vissuto, per dimostrare che guarire si può! Ad ottobre compirò 24 anni, ma nel frattempo in settembre mi sono laureato in Scienze Politiche.

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