LA STORIA DI MARIE

Mi ero appena ritrasferita a Padova, dove studiavo. Ricordo di essermi presentata a un orale con la febbre e di aver dato la colpa allo stress. Mi svegliavo la notte sudata e in affanno, di una stanchezza inspiegabile. Uno strano prurito non mi dava pace. Continuò così per due settimane, non ne diedi importanza. Indifferente a tutto e a tutti, senza appetito e di un visibile dimagrimento, mi sentivo leggera, in un mondo dove il salato e il dolce avevano lo stesso sapore. Andai dal medico, e lui capì. Dopo un ciclo di antibiotici non andato a buon fine, analisi del sangue e radiografia al torace. Ricordo il sussulto di mia madre mentre apriva il referto. Andai immediatamente in ospedale e da lì esami su esami. La Pet rilevò presto lo stadio avanzato della malattia. Si trattava solo di definirne la natura. Un intervento chirurgico e prelievo di midollo osseo fornì la diagnosi: linfoma di Hodgkin III stadio st B. Nel giro di pochi giorni arrivai quasi a non respirare, la massa mi opprimeva la trachea e dovetti iniziare la chemio immediatamente per evitare complicanze. Cominciai a perdere i capelli, prima a piccole ciocche poi completamente. La pelle si fece liscia e le ciglia invisibili. Talvolta guardandomi allo specchio faticavo a scorgervi luce, l’ansia di perdermi mi opprimeva la gola e allora un brivido mi faceva ansimare. L’assurdità di quel corpo era il non sentirsi brutta. Certo è che non fu una passeggiata. Il tempo era scandito dalle terapie, la settimana in cui stavi male lasciava spazio a una di quiete, sulla quale però incombeva la seguente dove il marcio e il chimico avrebbero prevalso, così via. Riuscivo a vivere di quella logica, a non perdermi. Da abile tessitrice ne seguivo il filo, lasciandomi guidare, quasi cullare da quel senso di leggerezza, che strideva con la pesantezza delle cure ma conferiva ad ogni gesto e azione un perché, e di questo mi nutrivo. Avevo uno scopo, istinto di sopravvivenza, ragion d’essere, mi ci sono aggrappata. Stavo iniziando forse a vivere o perlomeno a crederci. Vent’anni, nessuna sicurezza, un passato da superare, un futuro da creare, un domani agognato e ignoto. Aver lottato per la vita a poche settimane dalla morte mi rese completamente disarmata di fronte alla vita stessa, e non ci si può accontentare di sopravvivere, ma vivere. Pregavo ogni giorno di avere ancora tempo, ancora un giorno mi dicevo, ancora uno. Non volevo morire prima di essermi innamorata, non posso perdermelo mi continuavo a ripetere. Non era la morte a farmi paura, bensì la vita, il non vivere pur vivendo. Non sono passati neanche tre anni. Alle volte mi sveglio con ancora la sensazione di prurito e quel sudore di chimico e disinfettante sulla pelle. Potrei scrivere un romanzo su quanto ancora ci sia da dire, sull’affetto della mia famiglia, il sostegno dei medici, degli amici, dei pianti e i sussulti, di chi si è allontanato e chi avvicinato, di chi ho sentito nel cuore e chi solo nelle parole. Non mi ricordo chi disse “non esiste la verità, ci sono solo storie”, ad ogni modo questa è la mia.



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