LA STORIA DI LUIGIA BUONVINO

“La prima cosa che ho pensato è stata “ma doveva capitare proprio a me?”Poi, però, ho iniziato a guardarmi intorno e a riflettere che, seppure avessi vissuto la mia vita, non c’era alcun motivo per cui dovessi lasciarmi andare”. E Luisa non lo ha fatto. A 75 anni ha lottato e, aiutata dalle persone che le sono state vicine (e che lei ama definire “i miei angeli custodi”), ha vinto la sua battaglia. Nata, cresciuta e vissuta sempre a Milano, per oltre quarant’anni, dal 1956 al 1998, Luisa si è legata inscindibilmente all’istituto tecnico commerciale come insegnante di Ragioneria e Tecnica commerciale (“non essendomi sposata non ho avuto figli, ma per me tutti i miei studenti sono stati dei figlioli e, quindi, a chi mi chiede quanti figli ho, rispondo che sono un migliaio e mi diverte l’espressione stupita dell’interlocutore”, ama ripetere). Un’esistenza serena, divisa tra la scuola superiore e la casa che ha sempre condiviso con la madre. E, con il passare degli anni, i normali acciacchi e i consueti controlli suggeriti dai medici. Verifiche che per tanto tempo hanno dato esito negativo. Fino al settembre del 2008. “Sentivo che c’era qualcosa che non andava perché avvertivo uno stato di stanchezza perdurante”. Una sensazione che, però, non lasciava assolutamente presupporre l’esito degli esami. “Scoprirono che avevo due noduli al seno. Decidemmo di fare tutto in fretta e già una settimana dopo la diagnosi fui operata al San Raffaele. La mia reazione è stata un po’ particolare. La prima cosa che pensai è perché stava capitando proprio a me, poi è subentrato il fatalismo, infine ho reagito con forza e serenità”. Una reazione in cui, senza dubbio, hanno avuto un ruolo le persone che Luisa ha avuto accanto in quel periodo (“sono arrivati gli angeli custodi della Lampada di Aladino, persone eccezionali che mi hanno accompagnato in tutto il percorso della radioterapia senza mai farmi sentire sola. Sono stati in grado di darmi quell’aiuto morale e anche pratico di cui avevo bisogno”), ma anche quello che ha osservato intorno a sé. “Durante il periodo post operatorio ho conosciuto persone molto più giovani che avevano il mio stesso tipo di male o, addirittura, peggiore. In loro ho trovato la forza, perché io avevo vissuto la mia vita e non era giusto che mi lasciassi andare”. E non lo ha fatto. “Quei momenti sono terribili, ma bisogna cercare di essere il più possibile sereni e apprezzare quello che la vita ti offre. Anche le piccole cose come un fiore, un cielo pieno di nuvole. E le persone che ti stanno accanto hanno un ruolo fondamentale: con un sorriso, una telefonata. Non ci vuole molto. Anche ascoltare gli sfoghi del malato può servire molto”.



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