LA STORIA DI BRUNO LUPI TIMINI

Quando ripensa ai giorni trascorsi in ospedale e, in particolare, al modo (ironico e spensierato) in cui li ha affrontati non esita a darsi “dell’incosciente”. Probabilmente, però, è stata proprio questa “leggerezza” a permettere a Bruno Lupi Timini di affrontare il male. “Il tumore può colpire chiunque. Sicuramente non va affrontato sottogamba, ma neppure pensare che sia ormai tutto inevitabile, che il destino sia scritto. Si può e si deve combattere perché la vittoria è possibile”.
Sono passati ormai nove anni, era il marzo del 2001, da quando Timini, 56 anni di Brugherio, in provincia di Monza e Brianza, si è ammalato, ma il ricordo è ancora nitido, nitidissimo. Anche perché dimenticare quei momenti è impossibile. Soprattutto se la mazzata arriva improvvisa, del tutto inaspettata. “Non avevo avuto alcuna avvisaglia e quando i medici mi hanno diagnosticato il Linfoma di Hodking, localizzato sotto l’ascella, per me è stata una sopresa assoluta”. Sarà forse per questo che ha reagito in modo così inusuale. “L’ho preso un po’ così, quasi alla leggera, non gli ho dato l’importanza e gravità che, invece, meritava. Ricordo che in ospedale ero il giocherellone del reparto, ridevo e scherzavo con tutti”. Un’allegria contaggiosa che, però, ha rischiato improvvisamente di spezzarsi. Colpito da uno shock settico, Timini è entrato in coma e ci è rimasto per più di 7 giorni. Si è rivegliato, ma il colpo è stato durissimo e Bruno è crollato fisicamente e moralmente. “Non riuscivo più a muovermi, avevo grosse difficoltà di demabulazione. E’ stato un momento veramente difficile che mi ha responsabilizzato molto. Poi, però, ho trovato in me una grande forza di volontà, supportata anche dall’aiuto degli infernmieri e dall’appoggio della mia famiglia che è stata importantissima”. Bruno si è rimesso in piedi, non solo mataforicamente, e ha ripreso con la sua vita. In cui ha un posto di rilievo il volontariato, in quella Lampada di Aladino che si occupa del sostegno agli ex malati oncologici. “Naturalmemente non posso dare suggerimenti di natura medica, mi limito a dare un piccolo contributo, soprattutto morale, in base alla mia esperienza”. E di contributi Bruno, come altri ex ammalati, ne può dare tanti. “Inconsciamente, quando la diagnosi parla di tumore, è prerogativa del malato innalzare davanti a se, quasi a voler esorcizzare la cosa, un muro, isolandosi da tutto il resto del mondo ed escludendosi da società, affetti, lavoro. Dalla vita insomma. Ma non esistono muri che non si possano abbattere. Lo dimostro io e tutti coloro che fanno da filo rosso a questo calendario. Uomini e donne che sono riusciti con grande forza di volotnà e all’aiuto da parte di chi ha raccolto il loro appello di soccorso, giorno dopo giorno, mattonre dopo mattone, questo muto lo hanno abbattuto. La storia stessa ce lo conferma: le mura di Gerico distrutte, le mura di Troia incendiate, il muro di Berlino polverizzato e non serve sbattera la testa contro il muro del pianto”.



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