LA STORIA DI NICOLA

Il sorriso lo accompagna sempre. Quando assiste agli allenamenti e alle gare dei ragazzi della società di atletica di cui è presidente, quando svolge i suoi compiti di volontario in ospedale e presso l’associazione di cui fa parte, in famiglia e con gli amici, nei piccoli gesti della vita di tutti i giorni. Un sorriso che si è adombrato per un attimo solo sei anni fa. Nicola aveva 46 anni, una moglie e due figli di 20 e 14 anni, un lavoro all’aeroporto di Milano Linate. Un uomo col vizio del fumo che, in passato, gli aveva causato bronchiti che, a ogni cambio di stagione, gli procuravano problemi respiratori affrontati con l’uso di inalatori. “Anche quell’anno si ripresentarono e andai dal mio medico per farmi prescrivere delle cure. Voleva che smettessi di fumare a tutti i costi e per questo, anche per farmi paura, mi disse che dovevo fare delle radiografie”. Una minaccia quanto mai opportuna. Il referto, infatti, rilevò la presenza di due macchie (una grande come un mandarino, l’altra un po’ più piccola), senza, tuttavia, riuscire a spiegarne la natura.
La Tac successiva non fece altro che confermare che si trattava di macchie solide, ma fu solo dopo l’ecografia che si ebbe la terribile conferma: linfoma di non Hodgkin concentrato alla milza. “Fino alla fine ero tranquillo. Solo dopo aver portato l’ecografia al mio medico, guardando la sua espressione ho capito che c’era qualcosa che non andava tanto che gli ho chiesto se fosse un tumore. Mi ha risposto “può essere” ed è stato un fulmine a ciel sereno, il mio sorriso è scomparso”. Il tumore aveva avvinghiato la milza che aveva raggiunto dimensioni abnormi. Asportato l’organo, sottoposto a diversi cicli di chemioterapia e a un’auto trapianto di staminali, Nicola si debilitò nel fisico e nell’anima. A un certo punto fu anche sul punto di alzare bandiera bianca. Ma non l’ha fatto, anche grazie al sostegno della sua famiglia e dei suoi figli. “Sono stati momenti brutti. Non ce la facevo a stare in piedi, a camminare, ma soprattutto avevo la sensazione di non riuscire più a fare quello che facevo una volta. Pensavo di non farcela e in quel momento la mia famiglia è stata fondamentale. Mi spronavano, anche malamente, m’incitavano a non mollare e in me è scattato qualcosa. Ho iniziato a parlare al mio male, a sfidarlo. Ho ripreso a uscire di casa, facendo piccole passeggiate. Anche gli amici sono stati importantissimi: mi venivano a trovare e mi chiedevano se, per favore, potevo accompagnarli in un certo posto perché non se la sentivano di andare da soli. Era come se fossi io a fare un piacere a loro”. E così quel sorriso, improvvisamente sbiaditosi, ha ripreso a brillare. “Tutto si può superare, l’importante è affrontare le cose, prendere atto di quel che ti sta succedendo, ma non pensare affatto che sia finita”.

 

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