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LA STORIA DI
ADA
Era una bellissima giornata di sole
della primavera dell’anno 1970, un bel venerdì 17! Dallo spogliatoio
dell’ambulatorio ove qualche giorno prima ero stata sottoposta a un
piccolo intervento chirurgico per biopsia al seno destro, mi
giungeva la voce sommessa del medico che comunicava a mio marito la
sentenza.
“È un cancro” diceva “bisogna intervenire subito e asportare la
mammella. A sua moglie non si può dire la gravità; le diremo che
l’intervento va fatto perché, con il tempo, le cellule infiammate
potrebbero degenerare”.
Svestita
a metà busto, irruppi nella stanza irritata e sconvolta. Ero io
l’interessata e chiesi che la spiegazione fosse data a me in modo
chiaro e sincero. Purtroppo non fu così. Mi venne consegnato un
foglio sul quale c’era scritto “nulla di maligno”. Capii bene
l’inganno ma tacqui. Lo feci per due ragioni: la prima perché fuori
ad attendermi c’era Maurizio, il mio ragazzo, dodicenne coraggioso e
dal cuore grande, la seconda ragione era che quella menzogna doveva
contenere una realtà talmente grave, da non lasciar spazio nemmeno a
un po’ di speranza e quindi insostenibile. Inutile allora cercare
“alleati” tra chi non possiede speranza. I miei pensieri e il mio
cuore non trovavano pace: mi sembrava persino più facile rassegnarmi
alla sorte e lasciarmi morire che vivere così perseguitata
dall’incognita del domani. Impotente davanti a questa realtà
incontrollabile, ho toccato il fondo dell’angoscia e della
disperazione.
Ricordo le notti insonni e i giorni chiusa in me stessa, lontana da
tutto ciò che mi circondava. Nonostante questo, il mio fisico
reggeva bene ma capivo che nessuno, tranne me, poteva farmi uscire
dal vittimismo e dalla rinuncia e trovare il coraggio di vivere. Ho
lottato contro i pensieri nefasti dal momento in cui ho
preso coscienza che stando ferma sull’idea della morte stavo
rinunciando a vivere. Gradualmente e con fatica ho trovato la forza
di affrontare la paura, di accettarla e di guardare
avanti. Cambiando rotta ai miei pensieri, cambiavo la mia vita: ora
ascoltavo il mio cuore, mi accettavo, mi perdonavo, mi concedevo di
gustare l’attimo e di realizzare i miei desideri più profondi. Stavo
imparando a prendere in mano la mia esistenza che aveva per me un
valore nuovo. Sentivo aumentare la speranza nel domani, la fiducia
in me stessa e negli altri e il piacere di esistere. Il tempo
passava e io vivevo ogni giorno come un dono, come un “supplemento
di vita” da non sciupare nemmeno per un istante. Riuscivo a non dare
più troppa importanza alle piccole cose che prima mi facevano
soffrire e non pretendevo più di cambiare gli altri: stavo cambiando
io! Finalmente potevo permettermi di cogliere l’alito della vita
nella sua essenza, al di là del tempo che mi sarebbe rimasto.
E di tempo me ne è rimasto tanto! Dopo quasi 40 anni vivo e lavoro
quotidianamente, sempre più consapevole che il tempo non è nelle
nostre mani ma il modo di vivere sì.
www.lampada-aladino.it
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