LA STORIA DI LUCA
“Ero al secondo anno di Università. Giocavo a calcio e praticavo il ciclismo, uscivo con i miei amici. Mi sentivo invincibile, e invece…” E invece, nel febbraio del 2004, Luca scoprì di avere un linfoma di Hodgkin che, partito dalla zona inguinale, si stava estendendo a quella polmonare. Aveva da poco compiuto vent’anni. Improvvisamente la febbre e i dolori ossei di cui aveva iniziato a soffrire alla fine del 2003, avevano trovato una spiegazione.
Una scoperta per certi versi casuale, sia perché alcuni medici a cui si era rivolto in passato avevano riscontrato solo il suo malessere, senza capirne le vere cause, sia perché, a vent’anni, il concetto di tumore non ti appartiene.
Devo ringraziare mia madre perché se non fosse stata un po’ apprensiva e non mi avesse convinto a fare analisi approfondite forse non l’avremmo preso in tempo”. La diagnosi dei medici fu di quelle che ti lasciano senza fiato: linfoma di Hodgkin in via di diffusione. Poche parole, capaci di lasciare un segno indelebile.
“Furono giorni molto strani. Non ero né arrabbiato né sconsolato, mi sentivo completamente perso”. Sentimento comune alla maggior parte dei malati, capace di porti di fronte a un bivio nella strada tortuosa della guarigione: e Luca, emiliano di Correggio (in provincia di Reggio Emilia) ha imboccato la via della reazione e della lotta, grazie anche al sostegno della famiglia e degli amici più cari, un apporto fondamentale, non tanto nell’affrontare le cure in ospedale, quanto nel proseguire la vita di tutti i giorni. Il via vai in ospedale, i sei cicli di chemioterapia, i quattro mesi di cure intensive e aggressive per debellare il male. Un periodo difficile, pieno di difficoltà fino a quel momento inimmaginabili: la perdita dei capelli e dei peli, la stanchezza costante, il pallore del viso, la ritrosia a farsi vedere in giro in quello stato.
“Inizialmente ero a disagio, poi ho iniziato a mettere una bandana in testa, come quella di Pantani, il mio idolo, e ho ripreso a uscire”.
A piedi e, soprattutto, in bicicletta. Perché la vita di Luca è ripresa allo stesso punto in cui aveva dovuto mettere una pausa ed è proseguita con uno slancio rinnovato: lo sport, la laurea in Giurisprudenza, la pratica forense, la vita divisa tra Bologna (dove lavora) e Reggio Emilia dove torna nel fine settimana, dagli amici, dal padre e dalla madre (“le porto le camicie da stirare… Mia mamma è stata magnifica durante il periodo della malattia nonostante a volte la trattassi male, anche se ce l’avevo solo con me”). Lo sguardo al futuro è tornato a essere carico di ottimismo.
E il merito è tutto di Luca. “Quando scopri di essere malato l’unica cosa da fare è tirarsi su le maniche e lottare. Non puoi pensare che non ci sia modo per affrontarla. Più ci s’impegna e più si hanno possibilità di risolvere le cose. Il medico che mi ha curato e portato fuori dall’ospedale mi disse: “Luca adesso è ora di fare il bambino grande che sta zitto e s’impegna”. E io l’ho fatto”.”.

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