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DONNAINFORMATA-MAMMOGRAFIA


Ultimo aggiornamento
Maggio 2020

 
Per saperne di più…
di Davide Petruzzelli


A Massimiliano

A tutti coloro che mi vogliono bene
e credono in quello che faccio

Il presente opuscolo è frutto di una lunga ed articolata raccolta di dati e informazioni che spero possano aiutare a comprendere meglio le caratteristiche della malattia, viverla con maggior consapevolezza e averne (mi auguro) meno paura.

Un ringraziamento particolare a Fabrizio Rizzi, autore "in esclusiva" delle illustrazioni.

Capitolo: 1 2 3 4 5  


Capitolo 1 - LA MALATTIA
Il linfoma di Hodgkin è un tipo di tumore maligno "non solido" del sistema linfatico che rappresenta circa l'1% delle neoplasie presenti in Europa ed in America.
L'identificazione della malattia a livello storico fu effettuata nel lontano 1832 da Sir Thomas Hodgkin. Gli studi successivi isolarono le cellule di Reed-Sternberg che costituiscono il tessuto tumorale e determinano la diagnosi della malattia con assoluta certezza. Tale scoperta avvenne nel 1902 ad opera di Dorothy Reed.
Si può quindi affermare che la malattia sia conosciuta da circa 170 anni, ma solo da 30 gli studi ulteriori e la specificità delle terapie hanno fatto passi importanti. A lungo è stata considerata una patologia a sé stante tanto che solo le classificazioni contemporanee le attribuiscono la natura neoplastica inserendola così nella categoria dei linfomi.
Trae origine dalla proliferazione disordinata ed incontrollata di alcune cellule, le cui cause sono tuttora sconosciute. Può colpire a tutte le età anche se a livello statistico è il tumore che compare più frequentemente fra i 20 e i 30 anni.
Un'altra nota statistica e di interesse generale è che nei paesi in via di sviluppo la malattia è meno frequente. Nella società occidentale, negli ultimi decenni l'incidenza della malattia è aumentata, mentre per contro la mortalità è da tempo ormai in progressivo declino. La popolazione maschile contrae la malattia maggiormente rispetto a quella femminile, con rapporto 1,5:1.
Il linfoma di Hodgkin non è trasmissibile ad altri individui in alcun modo, non trattandosi di malattia contagiosa.
Fino agli anni '70 aveva spesso una evoluzione sfavorevole, a volte anche in tempi brevi. Fu in quegli anni che l'invenzione del dott. Bonadonna di un protocollo di polichemioterapia, l'ABVD, ancora oggi uno dei più usati, iniziò a segnare il passo verso la considerazione del linfoma di Hodgkin come il prototipo dei tumori curabili.
Infatti oggi il trattamento della malattia, anche quando la stessa si è già diffusa dal punto di partenza, concede ottimi risultati, tanto che la maggior parte dei pazienti può ragionevolmente sperare di guarire..


Capitolo 2 - I SINTOMI
L'esordio della malattia è caratterizzato da adenomegalia e cioé da ingrossamento ed indurimento di uno o più linfonodi, tendenzialmente quelli del collo. Tale ingrossamento, spesso vistoso, è quasi sempre indolore, anche alla palpazione. La progressione della malattia avviene attraverso i linfonodi stessi o per via ematica, e a volte arriva ad interessare anche altri organi.
Purtroppo solo 1/3 circa dei pazienti presenta dei sintomi e capita che la malattia venga scoperta casualmente ad esempio in concomitanza di controlli richiesti per altre ragioni.
Come accennato, il campanello d'allarme può essere l'ingrossamento di un linfonodo del collo, ma anche altre localizzazioni devono insospettire come le ascelle, l'inguine, la zona delle clavicole e quella centrale del torace (mediastino). I segni tipici della malattia sono febbre, calo di peso ingiustificato, sudorazione notturna a volte così importante da comportare la necessità di cambiare la biancheria nel corso della notte, tosse secca, facile affaticamento e affanno, pallore, perdita dell’appetito, prurito insistente su tutto il corpo tale da creare spesso come conseguenza lesioni cutanee.
La presenza di questi sintomi, in particolare la triade iperpiressia-sudorazione-calo ponderale, porta il medico a classificare il linfoma di Hodgkin come tipo "B" e cioé con presenza di sintomi, a differenza del tipo "A" cioé asintomatico.
Questa determinazione potrà influenzare la scelta del tipo di terapia. Ma i sintomi descritti possono come già detto non essere presenti del tutto o esserlo solo in parte. Oggi ad esempio molti autori di letteratura non riconoscono più il prurito come sintomo di tipo "B", anche se generalizzato e persistente nel tempo.


Capitolo 3 - LA DIAGNOSI
Gli esami diagnostici hanno l’obiettivo di certificare con certezza la presenza e il grado di estensione del tumore. A volte, visto l’alto numero di indagini da eseguire, si propone al paziente un piccolo ricovero o un day hospital. La presenza certa del linfoma di Hodgkin è data dalle cellule di Reed Sternberg se presenti all’interno di un linfonodo asportato chirurgicamente in anestesia locale (biopsia linfonodale) e analizzato in laboratorio.
Durante questa fase verrà chiesta al paziente la propria “storia clinica” (anamnesi) e quella della propria famiglia.
La fase successiva è quella della stadiazione e cioé suddivisione in livelli per meglio definire la diffusione della malattia. Si tratta di un momento importante, in quanto da qui dipenderà molto il tipo di terapia da praticare. Gli esami necessari allo scopo possono essere: analisi del sangue, radiografia del torace per localizzare eventuali masse tumorali mediastiniche, TAC per valutare lo stato degli organi e delle adenopatie più profonde, biopsia del midollo osseo per verificare che lo stesso non contenga a sua volta cellule tumorali, linfangiografia per controllare nel tempo il processo evolutivo a livello addominale, PET, scintigrafia ossea e con gallio citrato per evidenziare metastasi ossee e zone di maggior concentrazione della malattia, ecografia e a volte risonanza magnetica. Il coinvolgimento osseo nella Malattia di Hodgkin è presente circa nel 30% dei pazienti.
Esistono 4 stadi della malattia ognuno dei quali suddiviso in “A” e in “B” a seconda della presenza o meno dei sintomi descritti in precedenza.
Il tumore nello stadio 1 e 2 di tipo “A” è generalmente localizzato ad un solo gruppo di linfonodi, viene trattato di norma con la sola radioterapia ed ha un fattore prognostico favorevole. Il tumore meno localizzato e sintomatico (stadi 3 e 4 o di varietà “B”) viene invece generalmente trattato con la combinazione di chemioterapia e radioterapia, in alcuni casi con un autotrapianto di cellule staminali del sangue periferico comunemente chiamato autotrapianto di midollo osseo. A questa ultima soluzione (di per sè non terapeutica) si ricorre quando c’è la necessità di somministrare dosi molto elevate di chemioterapia che altrimenti non vorrebbero sopportate dal paziente.
Da non dimenticare che la scelta del trattamento è inevitabilmente condizionata anche da altri fattori oltre a quelli già descritti, come l’età del paziente, l’eventuale presenza di masse neoplastiche (Bulky), ed altri.

 
Capitolo 4 - LE TERAPIE
Fondamentalmente esistono due tipi di terapia: la chemioterapia e la radioterapia, che possono anche essere usate in combinazione.
La chemioterapia si basa sull'utilizzo di farmaci (detti citotossici) che impediscono la moltiplicazione delle cellule. Purtroppo questo effetto si manifesta su tutte le cellule, anche quelle "sane", dando così luogo agli effetti collaterali. La chemioterapia viene somministrata principalmente per via endovenosa, più raramente per via orale o intramuscolare. Nelle terapie che più si prolungano nel tempo, per non danneggiare le vene delle braccia, viene posizionato un catetere venoso centrale (CVC) nella zona superiore del torace, che altro non è che un tubicino che viene inserito permanentemente in una grossa vena. L'intervento necessario al posizionamento è eseguito in anestesia locale in regime di day hospital. Il ciclo di terapia ha una durata variabile a seconda del tipo di farmaci utilizzati e solitamente prevede un periodo di riposo di diversi giorni tra una somministrazione e la successiva per permettere al fisico di smaltire il più possibile gli effetti collaterali. Il trattamento spesso si dilunga per diversi mesi, questa durata non è strettamente collegata alla riuscita o meno della terapia stessa. Per eseguire il trattamento non è sempre necessario il ricovero ospedaliero, a volte è sufficiente il day-hospital o semplicemente una seduta ambulatoriale.
La radioterapia consiste nell'uso di radiazioni ad energia particolare che funzionano praticamente come la chemioterapia e cioé distruggono le cellule capaci di moltiplicarsi, in particolar modo quelle tumorali. Il vantaggio di questo trattamento è che si tratta di una terapia locale e quindi ha minore effetto tossico sul resto dell'organismo. La durata del trattamento di terapia radiante di solito è di circa 4/5 settimane composte da 5 sessioni settimanali (pausa nel week-end).
La combinazione delle due strategie terapeutiche è cosa abbastanza usuale nel trattamento del Linfoma di Hodgkin.

 
 
Capitolo 5 - IL TRAPIANTO AUTOLOGO DI MIDOLLO
Quando la chemioterapia convenzionale non riesce a raggiungere la guarigione completa, o dopo una ricaduta, si può ricorrere ad una chemioterapia ad alte dosi seguita da un autotrapianto di cellule midollari, più comunemente chiamato trapianto autologo di midollo.
Il trattamento chemioterapico così intenso distrugge le cellule tumorali, ma anche le cellule normali del midollo ed è per questo motivo che prima di iniziare il trattamento, quando il paziente è in remissione e senza segni di malattia, ne viene prelevata una piccola quantità. Il prelievo viene preceduto da un trattamento che favorisce la moltiplicazione e il temporaneo trasferimento delle cellule midollari nel sangue periferico e viene tecnicamente effettuato attraverso un procedimento simile ad un lento prelievo venoso, in gergo chiamato "raccolta" o "aferesi". Una macchina chiamata separatore cellulare estrae dal sangue le cellule staminali che vengono raccolte in sacche. A questo punto le sacche vengono congelate e conservate ad una temperatura di circa -180°C; in questo modo possono rimanere inalterate anche per anni. Dopo il trattamento chemioterapico ad alte dosi vengono scongelate e reinfuse nell’organismo del paziente attraverso un catetere venoso centrale.
Le cellule trapiantate impiegano qualche tempo ad attecchire e prima che i valori ematici ritornino accettabili bisogna attendere 2/3 settimane. In questo periodo l’organismo è particolarmente debole tanto da dover ricorrere ad un ricovero in isolamento stretto, in speciali ed attrezzate camere sterili.
Gli effetti collaterali e le conseguenze di questo tipo di terapia sono molto simili a quelli della chemioterapia convenzionale e sono descritti nel capitolo successivo.
Questo trattamento viene eseguito esclusivamente in strutture onco-ematologiche specializzate e sempre con migliori successi, tanto che ormai il suo utilizzo è molto comune non solo nel trattamento dei linfomi ma anche di altri tipi di tumore solidi.
 
     
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